Il cervello riconosce i suoni delle lingue secondo l’Università del Salento

Il cervello riconosce i suoni delle lingue secondo l’Università del Salento

Il cervello a riconosce i suoni delle lingue, si ma come? Quando produciamo i suoni delle parole, i movimenti di lingua e labbra lasciano tracce nel segnale acustico che il cervello segue e interpreta in modo appropriato grazie all’accensione dinamica di gruppi specifici di neuroni. Lo hanno dimostrato i ricercatori del CRIL – Centro di Ricerca Interdisciplinare sul Linguaggio dell’Università del Salento, diretto dal professor Mirko Grimaldi, in collaborazione con il professor Francesco Di Russo dell’Università di Roma “Foro Italico”, che per la prima volta hanno fornito evidenze empiriche a una teoria classica sviluppata negli anni ‘50 del Novecento al MIT di Boston da Roman Jakobson e Morris Halle. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Cortex, dedicata allo studio delle relazioni fra sistema nervoso e processi mentali, con il titolo “Electrophysiological evidence of phonemotopic representations of vowels in the primary and secondary auditory cortex” (https://doi.org/10.1016/j.cortex.2019.09.016). 

«Per capire come il cervello riconosce i suoni delle lingue abbiamo utilizzato l’elettroencefalografia (EEG), una metodica ben nota in campo clinico», dice la dottoressa Anna Dora Manca, del gruppo di ricerca, «ma che era ritenuta inappropriata per questo tipo di studi. Grazie a 64 elettrodi premontati su una cuffia abbiamo monitorato tutte le aree cerebrali, e in particolare quelle uditive, mentre i soggetti ascoltavano dei suoni vocalici».

«La teoria di Jakobson e Halle ipotizza che il segnale acustico generato dai suoni linguistici contenga una sorta di ‘imprinting articolatorio’ derivato dal fatto che lingua e labbra assumono posizioni e forme diverse a seconda del tipo di suono prodotto: una /i/, per esempio, si realizza con la lingua in alto spostata in avanti e le labbra tese; un /u/, invece, con la lingua in alto spostata all’indietro e con le labbra arrotondate. Per decifrare questi tratti acustico-articolatori, definiti ‘tratti distintivi’, il cervello si deve sintonizzare con il segnale acustico e attivare in modo appropriato gruppi specifici di neuroni. Ma come? Grazie ad analisi molto sofisticate, abbiamo elaborato il segnale EEG generato dai soggetti durante l’ascolto di suoni e siamo riusciti a ricostruire con precisione millimetrica i gruppi di neuroni coinvolti nella decodifica del segnale acustico proprio di ogni suono», spiegano il professor Francesco Di Russo dell’Università di Roma “Foro Italico” e l’ingegner Francesco Sigona del CRIL, che hanno collaborato alla ricerca, «Abbiamo così per la prima volta ‘fotografato’ il processo dinamico attraverso cui un segnale acustico viene convertito in rappresentazioni mentali, applicando metodi statistici molto complessi».

Altra scoperta della ricerca è che anche la corteccia uditiva primaria, una piccola area al di sopra del giro temporale superiore, è impegnata in questo processo.

Appunti di Puglia

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